Dante il politico e l’invettiva

Dante il politico e l’invettiva. L’invettiva non è la parola sconcia, non è una parola sola, è un discorso, concitato ed emotivo, ma pensato e articolato cioè sviluppato per argomento. Le invettive della Commedia sono frequenti volte brevi a volte particolarmente elaborate, alcune celebri, come ad esempio Ahi serva Italia nel VI canto del Purgatorio.

Le invettive di Dante sono strettamente connesse con la passione politica del poeta, che a Firenze ricopre cariche elettive e svolge incarichi importanti. «Se lo si vede sempre ritratto nella divisa rossa dei medici e farmacisti, è perché ad un certo punto, nel “nuovo stato di popolo” che aveva sostituito il prepotere dei “magnati”, per fare politica a Firenze bisognava essere iscritti ad una corporazione di mestiere».

Dante il politico e l’invettiva. Vi proponiamo un estratto dal commento di Siegmund Ginzberg sull’invettiva nella Commedia, dal titolo Invettive, male parole e improperi, pubblicato il 14 Aprile 2021 su Rreset.it

Era uno che parlava come noi. La politica lo faceva soffrire. E lui la prendeva a male parole come facciamo noi. Questo forse è un aspetto che è stato trascurato nell’alluvione di retorica celebrativa. Le parole più ingiuriose Dante le dedica alla politica e ai politici della sua Firenze e della sua Italia, ai partiti che si dilaniano l’un l’altro e soprattutto al loro interno, tra famiglie e correnti. Lo sappiamo: è un militante, un uomo di parte, ma le parole più amare le riserva spesso non alla parte avversa ma alle sfilacciature della propria stessa parte.

Sfogliamo la Divina Commedia.  Tra “la gente attuffata in uno sterco”, che “da li uman privadi parea mosso” (come fosse appena svuotato dalle latrine), vede “un col capo sì di merda lordo” che non si capisce se fosse laico o tonsurato (Inferno, Canto XVIII, versi 113-117). Quello gli chiede sgarbatamente cos’ha da fissarlo.

E Dante riconosce un tale Alessio Interminei da Lucca, un adulatore, un leccaculo, che, “battendosi la zucca”, (v. 124) gli rivela: “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe / ond’io non ebbi mai la lingua stucca” (125-126). I commentatori chiariscono: il personaggio è un guelfo bianco, quindi uno dello stesso partito di Dante, venuto da Lucca a dar man forte ai compagni fiorentini. Poi Virgilio gli indica una “sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose”” (130-131), la “puttana” Taide. Poco più avanti, arrivano Papi corrotti la cui “avarizia il mondo attrista / calcando i buoni e sollevando i pravi” (Inf. XIX, 104), adusi qual la grande meretrice dell’Apocalisse di Giovanni “a puttaneggiar coi regi” (v. 108). Nel Canto VII si scontravano insultandosi a vicenda con “ontoso metro” (v.33) le schiere degli avari e degli spendaccioni, gridandosi: “’Perché tieni?” e “Perché burli?” (v.30).(…)

Non si contano ingiurie, invettive, maledizioni e improperi. Diretti ai nemici storici di Firenze (“Ahi Pisa, vituperio delle genti | del bel paese là dove ‘l sì suona, | poi che i vicini a te punir son lenti, | muovasi la Capraia e la Gorgona, | e faccian siepe ad Arno in su la foce, | sì ch’elli annieghi in te ogne persona!” (Inf. XXXIII,79-83), ma anche agli amici e alleati. Ma soprattutto ai suoi concittadini, con particolare accanimento verso quelli più noti, che furono a capo dei principali partiti, o che furono suoi colleghi nelle istituzioni cittadine. “Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!” lamenta Sordello nel canto VI del Purgatorio (vv.76-78).

Tutta Italia è lacerata dalle lotte di fazione, di corrente, tra famiglie: “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, / Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi e questi con sospetti! […] Vieni a veder la tua Roma che piagne […] vieni a veder la gente quanto s’ama” (Purgatorio, VI, 106-115). Non solo Guelfi e Ghibellini, ma fazioni all’interno delle fazioni. Anche Dante è uomo di parte, si capisce. Appassionatamente, sfegatatamente di parte.

Odia gli indifferenti, disprezza gli ignavi, quelli che non presero parte, color che “vissero sanza’nfamia e sanza lodo” (Inf. III, 36), mischiati “a li angeli che non furon ribelli / né fur fedeli a Dio”. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. “Ghibellin fuggiasco” fu definito dal Foscolo. In realtà non era ghibellino ma guelfo, guelfo di parte bianca. Nella sua Firenze ci si scannava non tanto per ideologie ma per lealtà di famiglia, clientela, potere e, soprattutto, per i soldi. Si cambiava facilmente parte e casacca. Anche Dante cambiò ripetutamente parte, idee, simpatie, fedeltà. Talvolta gli capitò di andarsene da un partito, e poi tornarci. Qualcuno gli darebbe del voltagabbana. Arrivò ad umiliarsi perché lo lasciassero tornare dall’esilio. Rivelatosi tutto inutile mandò senz’altro gli interlocutori all’inferno.

Era un politico, Aveva ricoperto cariche elettive e incarichi importanti. Se lo si vede sempre ritratto nella divisa rossa dei medici e farmacisti, è perché ad un certo punto, nel “nuovo stato di popolo” che aveva sostituito il prepotere dei “magnati”, per fare politica a Firenze bisognava essere iscritti ad una corporazione di mestiere. Teneva famiglia. E ingombrante. Il padre faceva l’usuraio. Pure il nonno egli zii. E anche uno dei fratelli. Da parte di moglie era imparentato con i Donati, capifila della fazione opposta dalla sua. Interessante che dal pochissimo che sappiamo della sua attività politica venga fuori che era favorevole ai compromessi, all’allentamento delle misure restrittive che una parte imponeva all’altra, se non addirittura alla riconciliazione.

La politica fiorentina a cavallo tra 1200 e 1300 era un gioco intricatissimo in cui si intrecciavano interessi corporativi, di clientela, alleanze estere, alleanze e divergenze di corrente e di famiglia, oltre che interessi di classe, ma anche interessi privati e personali. Un gioco in cui ci si poteva trovare all’improvviso insieme a compagni di strada imprevisti, avvertono gli studiosi. O a doversi separare dai compagni di un attimo prima. Era rampante la corruzione, e pure la corruzione giudiziaria, cioè di chi avrebbe dovuto vigilare sulla corruzione. Quanto alle regole di elezione e avvicendamento alla testa delle istituzioni, sono un vero e proprio rebus. Aria di attualità? Appunto, ed è proprio questo a rendere l’argomento assolutamente affascinante.

La fama di ghibellino gli viene dalla foga con cui se la prende con i papi che gli stanno sullo stomaco e con la corte di Roma, e dalla convinzione con cui invoca un’autorità imperiale che metta fine al marasma delle lotte di fazione, dalla nostalgia con cui guarda all’Impero di Federico II, e alla sua corte di intellettuali eccellenti. Dante è uno che guarda al passato, non al futuro. È un “reazionario”, come sostenne Edoardo Sanguineti.

Sogna il leader perfetto, il “governo dei migliori”, C’è chi ha spiegato, in tempi non sospetti: “Dante, insomma, coltiva l’immagine di una curia (quella dell’Imperatore svevo) che era stata capace di calamitare i migliori ingegni d’Italia e di raccoglierli entro una prospettiva politica e culturale unificante”. Un’utopia meritocratica, insomma. Una speranza immaginaria, così come lo è quella dell’uomo della provvidenza, del leader duro e puro, del Veltro che avrebbe dovuto venire a salvare l’Italia. Sappiamo che allora andò in tutt’altro modo. Ma chi se la sente di biasimare le illusioni, o almeno le speranze quando la crisi morde con più ferocia?

Quelli a cui Dante non perdona, che vitupera ricorrendo a parole ancora più dure di quelle con cui si riferisce agli avversari, sono quelli della sua parte, quelli tra i quali aveva militato, e pure in posizione di spicco. Quelli li sbrana proprio, altro che limitarsi a provare “vergogna” per loro. Li chiama malvagi, scempi, ingrati, matti, empi, addirittura bestiali. “E quel che più ti graverà le spalle, / sarà la compagnia malvagia e scempia / con la quale tu cadrai in questa valle; / che tutta ingrata, tutta matta ed empia / si farà contr’a te; ma poco appresso, / ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. / Di sua bestialitate il suo processo / farà la prova, sì ch’a te fia bello / aver fatta parte per te stesso”.

Così fa profetizzare il suo avo Cacciaguida nel Canto XVII del Paradiso (vv. 61-69). Bellissimo quel “far parte per se stesso” riferito ad un uomo che per metà della sua vita aveva militato, e con quanta passione, in un partito che non lo riconosce più e in cui lui non si riconosce più. “Resterai solo” mi aveva profetizzato, ormai parecchi decenni fa, il mio direttore Gerardo Chiaromonte, uno dei più intelligenti e lucidi dirigenti storici del Pci, oltre che uno dei non molti con cui si poteva discutere con franchezza. 

(…)

Dante il politico e l’invettiva. Esercizio 1. Comprensione del testo. Scaletta. Completate la scaletta sul brano proposto.

  1. “Sfogliamo insieme Divina Commedia“.. Gli insulti: elenco, a chi sono rivolti. Parole ingiuriose per offendere. Ma l’invettiva…
  2. “Era un politico, Aveva ricoperto cariche elettive e incarichi importanti”. Il testo non dice quali cariche Dante ricoprì e quali importanti incarichi ebbe, Quello che è certo è che gli costarono la condanna a morte / esilio. Aggiungete voi queste notizie. Il testo pero dice della famiglia di Dante: riassumete le info che ne ricavate.
  3. “La politica fiorentina a cavallo tra 1200 e 1300”. Il contesto fiorentino: riassumete le notizie che ricavate qui
  4. “Tutta Italia è lacerata dalle lotte di fazione, di corrente, tra famiglie”. Il contesto più ampio: quali famiglie nomina?
  5. “Odia gli indifferenti, disprezza gli ignavi”. Dante sembra tuttavia sostenere questo contesto polemico e passionale: quelli che condanna senza appello sono gli ignavi. Spiegate chi sono, quando Dante li incontra, a che pena sono condannati, …
  6. “La fama di ghibellino” da dove gli viene e perché?
  7. “Sogna il leader perfetto”: quale la speranza di Dante?
  8. “Quelli ai quali Dante non perdona”. La durezza più dura è riservata alla sua parte, ai suoi amici: quali sono nominati? (attenzione: non solo in questo paragrafo) fatene un elenco.

Dante il politico e l’invettiva. Esercizio 2. Comprensione del testo. Schedatura. Chiedete a Chat GPT di elencarvi tutte le invettive presenti nella Commedia e classificatele, secondo due criteri a) contro chi sono dirette e per che motivo; b) ampiezza: quanti versi? È un lavoro impegnativo. Un mese di tempo per completarlo.