Il primo DanteDì fu celebrato nel 2020. Per l’occasione Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca scrisse un articolo per la Crusca, in cui esplora il senso della parola “Dantofilo” e insieme ricostruisce la trasmissione del testo della Commedia. Questo articolo-inchiesta mette a fuoco il contributo decisivo della filologia moderna a partire dall’Ottocento nel definire il testo del poema di Dante, perché, prima di qualsiasi lettura interpretativa, occorre stabilire il testo. Vogliamo sapere e con precisione cosa dice Dante. L’esattezza del testo originale, o comunque la sua versione più vicina all’originale, è premessa irrinunciabile di qualsiasi interpretazione. L’esame filologico dei cocci fece emergere gli errori, prima dei copisti poi degli editori della Commedia. Emersero anche vere e proprie correzioni a Dante: come quell’editore che non sopportando la parola “merda” sostituì con “feci”. Non gli piacque questa parola di Dante: è chiaro! ma non è una buona ragione per modificare il testo che l’autore ha voluto così e, in definitiva, per censurare Dante! Il professor Marazzini dunque ricostruisce la storia della ricerca del testo autentico di Dante. È una bella inchiesta che vi servirà come modello.

Il primo Dantedì della storia
Oggi si celebra il primo “Dantedì” della storia. È caduto in un periodo sfortunato. Il programma, fino a un mese fa, era ambizioso: volevamo coinvolgere nell’iniziativa la scuola, mobilitando studenti e professori, radunandoli in cinema e teatri, o addirittura sfilando per strada, come al tempo delle celebrazioni dantesche fiorentine del 1865. Fantasticavamo sul coinvolgimento di un gran numero di persone. Non sarà così. L’esercizio sarà tutto virtuale. A questo si è preparata anche la Crusca, come il MIBACT, il nostro Ministero dei beni culturali. Lanciamo oggi, attraverso i nostri canali social, una serie di interviste e di filmati in cui si parla di Dante. Giova inoltre ricordare che stiamo lavorando per il 2021, quando le celebrazioni dantesche avranno un rilievo speciale, a 700 anni dalla morte del Poeta. In vista di quella data, la Crusca ha messo in cantiere, assieme all’OVI-CNR, il Vocabolario dantesco volgare, e allo stesso tempo è stato avviato, con collaborazione ancora più ampia, il Vocabolario dantesco latino.
Il Dantedì non prevedeva celebrazioni troppo accademiche o specialistiche, ma attività divertenti, persino spettacolari. Celebrato oggi, nelle condizioni di mobilità ridotta al minimo o a zero, nello stato di necessità che costringe la gente a cantare dai balconi e organizzare flash-mob sospesi (prima, infatti, il flash-mob aveva un senso diverso: trattandosi, come dice l’Oxford dictionary, di “a large public gathering at which people perform an unusual or seemingly random act and then disperse”, i luoghi deputati erano le piazze, non i balconi, che tuttavia ora ben si adattano a una rappresentazione dei regni danteschi dell’aldilà).
Tuttavia il Dantedì è un’occasione per il nostro orgoglio nazionale, quello che fa ripetere a molti il “ce la faremo”, se non altro di buon auspicio. Si sventolano bandiere, da quei balconi, e si recitano versi danteschi, come ha suggerito Francesco Sabatini. Insomma, oggi siamo tutti dantofili.
Dantofilo: storia di una parola
Poiché la Crusca si occupa di parole, proveremo a dire qualche cosa proprio sulla parola dantofilo, che è cosa diversa dal dantista. Il dantista è l’esperto dell’opera di Dante, come i colleghi dantisti accademici della Crusca; il dantofilo è chi “coltiva lo studio e la lettura di Dante” (così il GRADIT), dunque un amatore un po’ dilettante, più o meno esperto, non professionista. Molto accurata la definizione del dizionario Treccani di A. Duro: “composto del nome di Dante e -filo. – Chi, o che, studia assiduamente Dante; ma soprattutto chi ne raccoglie edizioni, traduzioni, ecc., o fa di lui un culto, anche senza serî propositi scientifici”.
Il dantofilo è uno che ama Dante, come oggi tutti lo amiamo in questo primo Dantedì[1]. Il GRADIT, il Grande dizionario italiano dell’uso, che registra Dantofilo nel vol. II, p. 466, mette accanto a Dantofilo una data: 1956. È il gioco dell’anagrafe delle parole, a cui si dedica anche la Crusca, che ha allestito la banca dati ArchiDATA, ideata e diretta da Ludovica Maconi: si tratta della grande banca in cui si aggiornano le date delle parole italiane, cioè si individua la loro prima attestazione, da cui ha inizio la loro storia.
Ebbene, la data 1956 del GRADIT per dantofilo va proprio corretta. Per la verità è stata in parte rivista nell’edizione elettronica su chiavetta: lì la data è 1879[2]. Questa seconda data è già meglio dell’altra (la quale è frutto di un errore marchiano, perché deriva da una cattiva interpretazione di un giusto rinvio del GDLI “Battaglia”[3]). Tuttavia i “dantofili” c’erano già prima del 1956 e anche prima del 1879.
Dantofili di tutte le nazioni
La storia di dantofilo è molto istruttiva. Ci riporta a un momento magico dell’interesse per Dante, e anche ci rammenta la dimensione internazionale degli studi sul nostro maggior poeta.
Siamo in Inghilterra, alla fine dell’Ottocento. Un inglese che sta a Oxford, Edward Moore, studia Dante in maniera formidabile. Nel 1883 presenta le sue ricerche ai membri della “Oxford Dante Society”. L’Ottocento è un secolo fondamentale nella storia della filologia. Nel 1850 era uscito il Lucrezio di Lachmann. Si stanno riscoprendo i codici come fonte primaria per ricostruire la forma autentica dei testi, eliminando gli errori introdotti nel tempo dai copisti. Si sta imparando a utilizzare i manoscritti antichi in maniera scientifica, con metodo rigoroso, non cavandone le lezioni qua e là secondo scelte soggettive.
Di Dante, come degli autori classici greci e latini, non abbiamo gli autografi. In questo senso, Dante resta misterioso come gli autori più antichi, anche se la distanza storica tra l’originale e i manoscritti giunti a noi non si misura in secoli (come per i classici greco-latini) ma in decenni: il più antico manoscritto della Commedia è del 1336, il Landiano della Biblioteca comunale di Piacenza, e dunque non è troppo distante dalla morte di Dante; “si tratta però di anni intensi che segnano in modo indelebile la trasmissione dell’opera” come scrive Alfredo Stussi. Questo vuol dire che già in poco tempo i manoscritti che riproducevano la Commedia si erano riempiti di errori.
La filologia dantesca, nel Cinquecento, passa in maniera altrettanto decisiva attraverso Pietro Bembo, il grande regolatore cinquecentesco dell’italiano. La tradizione della Commedia di Dante, per centinaia di anni, è stata in sostanza affidata a una vulgata che si fondava, pur con ritocchi di vario genere (spesso peggiorativi), sulla famosa aldina del 1502, la stampa veneziana della Commedia procurata da Bembo per Aldo Manuzio, quella che non s’intitolava nemmeno Commedia o Comedìa (e lasciamo perdere il “divina”, che è posticcio), ma Le terze rime (con riferimento alla forma metrica, perché la Commedia è in terzine).
Bembo si era basato su di un codice appartenente a suo padre, l’odierno Vaticano lat. 3199. Roba di famiglia, dunque: perché il padre di Bembo, Bernardo, a sua volta, da uomo assai colto e intelligente qual era, aveva alimentato il culto di Dante, tanto che aveva provveduto al restauro della tomba del poeta, nel periodo in cui era stato podestà a Ravenna. Anche oggi le lapidi di marmo sulle pareti laterali della tomba ravennate ricordano quel lodevole restauro.
Arriva la filologia
Nel secolo XIX si comprese finalmente che era necessario interrogare a fondo i manoscritti antichi per rifondare la filologia dantesca. Quali scegliere, però? Non esiste un autografo della Commedia. Non abbiamo nemmeno una pagina o una riga scritta di pugno da Dante. I codici che trasmettono la Commedia sono molti, oltre 600. Impossibile allora (e anche oggi non si è risolto il problema) ordinarli in uno “stemma” secondo il metodo di Lachmann. Però, finalmente, nel secolo XIX, si capì che i codici antichi contenevano il testo più affidabile a cui ricorrere, anche se quegli stessi codici non mancavano di errori. La Commedia non ha una tradizione testuale profondamente diversa nei vari manoscritti, e ciò ci rassicura; ma le differenze minute sono moltissime, una miriade, e tali da modificare il significato di molti versi. Gli studiosi dell’Ottocento, dunque affrontarono questo problema.
Non solo gli italiani studiavano Dante. Nel 1862, Karl Witte, professore di diritto a Halle, aveva dato un’edizione della Commedia basata su quattro manoscritti, selezionati tra quelli che riteneva molto affidabili. Il saggio con cui Witte presenta le proprie ricerche è ancora oggi un esempio formidabile di rigore e di metodo. Tuttavia quattro manoscritti, scelti un po’ a caso tra tanti altri, non potevano bastare. L’oxoniense Moore prese le mosse proprio dal lavoro di Witte, su cui espresse un giudizio positivo, pur rilevandone i limiti. Si trattava però di andare oltre a Witte, superandone i difetti. Non solo Moore stampò la Commedia, ma anche tutte le altre opere di Dante. Nel presentare i propri studi, e nel commentare quelli degli altri dantisti, Moore adoperò più volte la parola Dantofilo, sempre maiuscola (siamo nel 1894),
(…)
Il dantofilo di Carducci
Siamo al 1894, ma si può arretrare ancora. Infatti sarebbe stato strano che uno straniero, inglese, per quanto ottimo conoscitore della nostra lingua, inventasse parole nuove. Più verosimilmente, usava parole già esistenti.
Dantofilo, infatti, era stato usato nel 1861 da un grande scrittore italiano, Giosue Carducci, recensendo, in maniera piuttosto critica ed ironica, su “La Nazione” di Firenze del 21 ottobre, un saggio di Buscaino Campo intitolato Il piè fermo di Dante. Così esordiva Carducci in quella recensione: “Ecco per certo genere di Dantofili un bocconcino ghiotto…”. La recensione del 1861 fu riedita nel 1881 nelle Opere di Carducci, nel volume delle Ceneri e faville – Serie prima – 1959-1870 (pp. 317-18). Per Carducci, la parola suonava piuttosto ironica, e nello stesso modo la usò anche altrove, per esempio nel passo riportato dal GDLI “Battaglia” che abbiamo già avuto modo di citare prima[4]. Così scriveva Carducci, polemicamente, nel 1895, richiamando fra l’altro la precedente recensione del 1861:
“se Dante potesse mai diventar noioso e dannoso, i dantisti o danteschi o dantofili avrebber finito con riuscire a farlo. E non intendo mica i dissertatori del su lodato piè fermo[5] e gli spulciatori illustri delle varianti: la entomologia è in natura, e la filoleria ne ingrassa, e senza filoleria come si farebbe a spender quattrini per dar cattedre alla gente”?[7]
Si sa, Carducci era piuttosto ruvido e spesso polemico (un po’ come Dante, del resto), e aveva il gusto di certe parole difficili: qui, a dantofilo, si aggiunge filoleria, “erudizione eccessiva e pignola”, una parola inventata sarcasticamente da Carducci, praticamente solo sua.
Dantofilia senza confini
La parola dantofilo ebbe fortuna, e circolò anche dopo essere stata usata dal Carducci, il quale (ricordiamolo) fu tra i fondatori nel 1888 della Società Dantesca, e nel 1889 tra i fondatori della Società Dante Alighieri. Dunque dantofilo ci riporta all’Ottocento, secolo chiave del culto di Dante. In quel periodo, Dante divenne per noi italiani una sorta di padre della patria, e le ricerche dantesche, sempre più raffinate, coinvolsero studiosi di altre nazioni, come il tedesco Witte e l’inglese Moore dei quali abbiamo parlato: perché Dante è nostro, ma è anche patrimonio della cultura europea e di tutta l’umanità.
Note:
1. Del resto Dantofilo è registrato nel Nòvo dizionario universale di P. Petrocchi, del 1894 con la seguente definizione: “Chi à amore e fa raccolta delle òpere e delle edizioni di Dante”. Insomma, una sorta di collezionista.
2. La data 1879, però, resta riferimento oscuro. Si veda, più avanti, la nota 3.
3. IL GDLI s.v. in prima posizione ha un rinvio a Carducci: “Se Dante potesse mai diventar noioso e dannoso, i dantisti o danteschi o dantofili avrebber finito con riuscire a farlo”. La chiave: III-10-429 rimanda all’edizione delle Opere, vol. 10, 1950 e ss. Ovviamente si tratta di un’edizione moderna, alla quale non si poteva far riferimento per datare la parola. Per questo la datazione 1956 indicata dal GRADIT a stampa è un errore grossolano. La correzione nell’ed. GRADIT su chiavetta, però, resta oscura. Sicuramente non può riferirsi al passo citato dal GDLI “Battaglia”, che è tratto dal saggio carducciano A proposito di un codice diplomatico dantesco, uscito sulla “Nuova antologia” del 15 agosto 1895, e poi ripubblicato “con qualche emendazione” nel vol. delle Opere dedicato a Studi, saggi e discorsi, Bologna, Zanichelli, 1898, pp. 355-374.
4. Cfr. supra, nota 3.
5. Ovviamente si riferisce al titolo del libro di Buscaino Campo che aveva recensito nel 1861.
6. G. Carducci, Studi, Saggi e discorsi, Bologna, Zanichelli, 1898, p. 363.

Guida alla lettura e scrittura
🟥 Esercizio 1. Mappa Mentale. Completate la mappa mentale che vi proponiamo

🟥 Esercizio n. 2 Slides come guida per parlare in pubblico. “Presentiamo la filologia dantesca in 5 slide”Vi suggeriamo il contenuto di 5 slides che vi guideranno nel discorso in modo da non perdere il filo, per l’emozione
- Titolo e introduzione. Titolo accattivante e chiaro (es. “Dante e la caccia al testo perduto”). Breve introduzione: cos’è la filologia e perché è importante per Dante
- Il problema della trasmissione del testo. Spiegazione del perché non abbiamo l’autografo della Commedia. Il ruolo degli amanuensi e gli errori di copiatura
- Esempi di errori e correzioni nel tempo. Caso emblematico della censura di “merda” → “feci” Altri errori e modifiche che hanno alterato il testo originale
- Gli studiosi della filologia dantesca. Figure chiave come Karl Witte ed Edward Moore. Il contributo della filologia moderna nel ricostruire il testo autentico.
- Conclusione: perché la filologia è fondamentale. L’importanza di leggere Dante nel testo più vicino all’originale. Collegamento al valore della conservazione del patrimonio culturale.
Regole per le slide: Massimo 5 righe per slide (niente muri di testo). Uso di immagini o schemi per rendere la presentazione più chiara. Titoli chiari e sintetici L’esposizione avviene in classe senza leggere parola per parola, ma utilizzandole come guida per il discorso. Avete due settimane di tempo per preparare il tutto. L’esposizione sarà fatta dagli alunni indicati dall’Insegnante.
🟥 Esercizio n.3 Riscrittura creativa.”Nel laboratorio del filologo”
Immaginate di trovarvi nel XIX secolo, durante il grande fermento filologico che ha portato alla ricerca del testo più autentico della Commedia di Dante. Siete studiosi in una grande biblioteca e avete davanti a voi un antico manoscritto pieno di errori e correzioni. Sviluppate una riflessione sull’importanza della filologia e dell’attenzione ai dettagli. Descrivete l’ambiente della biblioteca. Raccontate la scoperta di un errore curioso o di una parola censurata (come il caso di “merda” sostituita con “feci”). Il formato del testo sarà di 900/1.ooo parole. Lavorerete in più sedie di scrittura, almeno due per un totale di tre/quattro ore nell’arco di una settimana.
