Lirica ucraina

Lirica Ucraina. Il 16 Dicembre 2024 RivistaStudio pubblicò una lunga intervista a Francesca Mannocchi di Bruno Montesano. La conversazione è centrata sul film documentario Lirica ucraina, uscito nelle sale italiane a novembre 2024 per la regia della giornalista stessa. Ma spazia anche su altri temi legati all’attività di cronista. Dell’intervista proponiamo qui un estratto.

Ancora sulla telefonata Putin-Trump
Lirica ucraina
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Lirica ucraina. Vite minuscole

Nella nota di regia a Lirica ucraina parli di “vite minuscole” che fanno la storia. Tuttavia a determinare le sorti di quel conflitto, così come di tanti altri, sono le grandi potenze. Contro le letture geo-politiche ipnotizzate dalle dinamiche macro, il documentario sembra quasi astrarre la vicenda ucraina dalle specificità politico-ideologiche, farne un simbolo delle altre guerre. Come hai deciso di dare questo taglio?

Dopo aver seguito con un taglio giornalistico la vicenda ucraina a lungo, il progetto di Lirica ucraina voleva avere una dimensione di astrazione e, al contempo, mirava a rendere l’esperienza della guerra. Volevo che questo lavoro contenesse gli elementi ricorrenti in ogni conflitto. Da un lato la fame, la perdita, il lutto, ma anche i tratti positivi della generosità, della capacità di sacrificarsi, della devozione al bene, della capacità di sopravvivere.

In questo senso parlavo nelle note di regia di “vita minuscola”, perché una delle scrittrici che mi ha accompagnato è stata Svetlana Aleksievič, che ha fatto della pluralità di voci minuscole, di storie comuni delle vite, dei civili, dei sopravvissuti il tratto distintivo della sua opera giornalistica e poi letteraria. E dunque rilavorando l’archivio di un anno e mezzo di lavoro in Ucraina volevo rendere quell’esperienza lirica, nel suo bene e nel suo male. Perché ritengo che la guerra, in questo, sia l’esperienza più autentica che l’uomo possa vivere. E dico “autentica” nella misura in cui questa rende immediatamente visibili tutti i tratti istintivi dell’essere umano: l’infinito bene e l’infinito male. Questo era il tentativo di Lirica ucraina.

Un dialogo a Chasiv Yar

Invece su un piano più politico, vedi una sorta di logica in questa guerra mondiale a pezzi, qualcosa che tenga insieme i diversi luoghi che hai attraversato come reporter?

L’idea di fare Lirica ucraina mi è venuta un anno e mezzo fa, a Chasiv Yar, nel Donbass(…) Chasiv Yar è una zona in cui, sostanzialmente, la popolazione filoucraina e quella filorussa hanno convissuto per decenni. Quando sono arrivata mi sono trovata di fronte a questa scena: un uomo che diceva ad una donna: “Siete stati voi a dare le posizioni ai russi delle posizioni dell’artiglieria dei nostri soldati?” E la donna rispondeva “Sì, però qui i soldati non ci dovevano stare”.

Quando il mio amico Dimitri Dima mi ha tradotto quello che le due persone si stavano dicendo e le loro accuse reciproche, ho pensato che avessero ragione entrambi. Esiste infatti un pezzo di verità in ognuna di queste persone che fino al giorno prima della guerra potevano essere dirimpettaie. Pur sentendosi intimamente più vicine all’identità russa, o a quella ucraina, comunque erano in grado di coesistere, di convivere. E, con la guerra, sono diventate nemiche.

La guerra rende le singole persone nemiche

Ciò che mi ha riempito di dubbi e domande era la consapevolezza avessero entrambe ragione. Era vero che una di loro era stata un’informatrice, ma, analogamente, era vero che i soldati ucraini si trovassero in una zona residenziale. Ho visto con i miei occhi, e si vede in Lirica ucraina, portare via i cadaveri dei soldati da lì. Ma l’interpretazione giornalistica mi fa dire che non sarebbe potuto essere altrimenti. Perché se il tuo nemico avanza, anche la tua artiglieria deve avanzare e, da qualche parte, deve nascondersi.

Contemporaneamente c’era una parte di verità nella donna filorussa che diceva che i soldati in mezzo alla gente non sarebbero dovuti esserci. Quindi la giornalista in me racconta le posizioni, di quanto si stia spostando il fronte, chi avanzi dove, chi stia dicendo cosa. La parte di me che narra l’animo umano della guerra osserva quelle due persone che fino al giorno prima erano parte dello stesso fragile e complicato tessuto sociale e che, dopo l’inizio della guerra, non lo sono più. La guerra li aveva trasformati in nemici che non potevano più vivere nello stesso posto.

Bucha: il massacro

Sei stata una delle prime giornaliste entrate a Bucha mentre in Italia alcuni contesti di cosiddetta controinformazione si sono subito spesi per negare o minimizzare quel massacro. Lo si vede anche su altre questioni, dal Covid a Israele e Palestina: è come se ci fossero sempre una propaganda e una contropropaganda. E l’esito è negare le verità scomode per una parte – come i massacri russi – o per l’altra. Ad una propaganda – e non è certo il caso di Bucha – si risponde negando su tutta la linea l’evento di cui si parla, sostenendo che la propria parte sia giusta e purissima.
Mi sembra ci siano almeno due meccanismi: uno è di autoconferma dei propri pregiudizi, di santificazione della propria parte e di contemporanea disumanizzazione dell’altra. Dall’altro lato, c’è un problema da parte dei media tradizionali che raccontano in modo selettivo alcune tragedie “altrui” e quindi facilitano, o comunque suscitano, una sorta di sfiducia e di mentalità del sospetto che sfocia nella paranoia e nella negazione di qualunque verità, nonché umanità. Come ti spieghi questo tipo di dinamiche?

Le colpe russe…

Bucha credo che sia stata il punto di svolta della storia. La sua liberazione arriva dopo poche settimane dall’inizio dell’invasione e, fino ad allora, noi giornalisti non avevamo avuto contezza di come i soldati russi si fossero comportati nell’assedio di Kiev e delle città circostanti, tra cui appunto Bucha e Irpin. È prassi entrare in una città liberata avendo premura di aspettare che i soldati rendano la zona camminabile a piedi o in auto, dopo aver identificati dove si trovino le mine e gli ordigni esplosivi. Sono entrata in maniera assolutamente fortuita a Bucha, un paio di giorni dopo la liberazione da parte dell’esercito ucraino. I cadaveri erano a terra e c’erano molti cittadini che uscivano dalle loro case come dei fantasmi, mostrando a noi pochi giornalisti dove si trovassero i corpi lungo le strade e le ferrovie, dentro le case e negli scantinati. La situazione lunare che si era venuta a creare era che mentre noi camminavamo di fronte alle prime fosse comuni della guerra ucraina, proprio come dicevi tu, qualcuno nei dibattiti da tavolino metteva in dubbio che quei cadaveri fossero realmente vittime della macelleria che i russi avevano fatto a Bucha e a Irpin. E che hanno compiuto poi in altre diverse zone dell’Ucraina.

… e quelle ucraine

Al contempo, mi sono trovata di fronte evidenze, che ho riportate e scritte, di crimini di guerra compiuti dall’esercito ucraino. Trovai una fossa comune, con una dozzina di soldati con le divise delle truppe separatiste (quindi filorusse) che erano state giustiziate. Dal momento che i prigionieri non si giustiziano, era la prova di un crimine di guerra.

che però si possono raccontare

Ma ho potuto riprendere la scena, raccontarla e poi tornare in Ucraina. E questo fa la differenza tra le due parti del conflitto. Il modo in cui, sebbene ma inevitabilmente embedded – perché non si possono raggiungere le zone di fronte e di confine se non si è accompagnati dalle truppe che controllano quel pezzo di territorio – si capisce la misura del recinto di libertà all’interno del quale un giornalista si può muovere.

Non c’è dubbio che molto venga omesso dalle truppe: ci sono delle regole di ingaggio non scritte quando si raccontano le guerre. Non mostrare i morti, né la debolezza dell’esercito con cui si è embedded e si va al fronte. È quasi sempre così. Ma quel giorno in Donbass in cui ho visto quella fossa in cui c’erano i soldati separatisti giustiziati, nessuno dei soldati ucraini mi ha chiesto di non filmare o poi di non pubblicare. Nessuno mi ha spinto la telecamera. Certo, non fa statistica, però questa è stata la mia esperienza.

(…)

Fuggire, restare, tornare

Molti intervistati in Lirica ucraina dicono “questa è la mia terra, ci sono nato, ci sono cresciuto, magari ci morirò, qui ho i miei figli, qui ho la mia famiglia”. Cos’è che fa insistere così tanto sull’elemento dell’appartenenza e che cos’è che, in alcuni casi, invece fa prevalere l’idea della fuga, del diventare rifugiato? Come vedi questa sorta di polarità tra, da un lato, l’orgoglio dell’appartenenza – che forse è un modo anche per razionalizzare il rischio della propria morte – e dall’altro la salvezza che deriva dall’andarsene? La salvezza deriva da una negazione dell’appartenenza

Non lo so se la salvezza sia una negazione dell’appartenenza. La mia esperienza che, di nuovo, non fa statistica, mi fa pensare che ci sia sempre, all’interno di un gruppo familiare o di una comunità, qualcuno che ha la responsabilità di portare in salvo l’idea di futuro. Perciò ho sempre interpretato la fuga non come una non appartenenza ma, al contrario, come l’idea di tentare di salvaguardare un’idea, una speranza di un possibile ritorno. E non è un caso che i dati delle guerre recenti ci confermino questo – ma lo vediamo anche in questi giorni con i rifugiati siriani. Aperti i confini, il rifugiato vuole tornare a casa.

Non abbiamo capito che i rifugiati vogliono anzitutto tornare a casa

Questo penso che sia stato il gigantesco fraintendimento dei nostri tempi: non riuscire a capire che le persone che fuggono dalla guerra o da grandi crisi climatiche – le Nazioni Unite nel rapporto annuale di Unhcr parlano del 70 per cento dei rifugiati nel mondo, circa 85 milioni – resta nelle zone limitrofe al luogo di fuga – che sono, per la stragrande maggioranza (75 per cento), Paesi in via di sviluppo, non Paesi sviluppati, in condizioni ai limiti della vivibilità. (…) I siriani sono rimasti lì 10 anni perché dalla valle della Beqa e d’Aarsal vedevano la Siria e speravano un giorno che la guerra finisse e di poter tornare immediatamente a casa loro. Stiamo vedendo questo flusso al contrario delle persone che hanno lasciato la Siria 10 anni fa e la prima cosa che fanno, nel momento in cui la Siria viene liberata dopo 24 anni di regime, è tornare a casa.

L’Europa, i rifugiati e i migranti

Nello specifico dell’Ucraina abbiamo assistito ad una dinamica molto simile. Il nostro malandato e bistrattato continente, che ha avuto per anni paura di 100 mila arrivi dal Mediterraneo centrale – considerandoli, come disse il ministro Minniti, una «minaccia alla democrazia” – è stato in grado, nei primi 3 mesi dopo l’invasione russa in Ucraina, di accogliere più di 3 milioni di rifugiati. Li abbiamo accolti in Polonia, in Nord Europa, e anche in Italia in misura minore. Ma questi rifugiati in fuga dalla guerra hanno raggiunto per lo più le loro comunità ucraine presenti negli altri paesi europei.

Successivamente, non appena le zone ucraine erano state liberate la quasi totalità è tornata lì. In questo senso non vedo contraddizione tra il restare e la fuga. Anzi mi sembra che le due cose siano combinate, siano due facce della stessa medaglia.

Guida alla lettura e alla scrittura

Lirica ucraina. Esercizi di comprensione.

  • Esercizio 1. Anzitutto il titolo. Cosa significa, secondo voi questo titolo? Cercate sul dizionario Treccani la voce “lirica” e sulla base di quel che leggete nella definizione, e di quello che la regista dice (soprattutto in risposta alla prima domanda, proponete i possibili significati di questo titolo “lirica ucraina”.
  • Esercizio 2. Completate la mappa mentale del discorso della regista.

Lirica ucraina. Esercizi di composizione

  • Esercizio 3. Recensione breve Facebook . Il film di Francesca Mannocchi è stato dato su LA7 il 24 febbraio alle 22.45. Lo trovate sul sito della TV LA7. Scrivetene una recensione breve nella forma di un post su Facebook , quindi non più di 150 parole.

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