Perché Commedia?

Perché Commedia? è una delle due lezioni raccolte in Divine Comedy Remix, Two lessons on Dante’s Poem di Ferdinanda Cremascoli. Una è sul realismo dantesco, l’altra proprio sul titolo poema, che suonava molto originale all’orecchio contemporaneo e dava disagio ai letterati del Quattrocento fino all’Ottocento. La critica letteraria in quei secoli non ama le contaminazioni, non ama le mescolanze degli stili che invece rispondono al gusto per la creolizzazione che inizia proprio in età romantica e che è ben vivo nell’oggi contemporaneo dove trova espressione in tutta la produzione letteraria nelle forme del graphic novel, del flashmob, nelle serie TV e persino nella poesia lirica che nell’ Otto/Novecento si è rinnovata profondamente, da “A Zacinto” di Foscolo a “Mattina” di Ungaretti in un secolo è accaduto qualcosa che somiglia ad uno tsunami (tra parentesi: questo è un esempio di prosa creolizzata).

Perché la Commedia ha questo titolo? frontespizio dell'aldina 1502

Il disagio cinquecentesco che era già di Petrarca davanti alla Commedia è ben rappresentato da questa immagine: è il frontespizio dell’edizione aldina del 1502 in cui il titolo del poema è sparito, a favore di una sottolineatura dell’aspetto metrico, anche questo molto originale (potete vedere a questo proposito la lezione 5, dal titolo “Narrare in versi” che si trova nel volume Versi in viaggio).
Comunque la seconda edizione aldina, del 1515, ha un titolo più tradizionale, Dante col sito, et forma dell’Inferno tratta dalla stessa descrittione del poeta, che rivela fin dall’inizio del secolo un altro aspetto della ricezione cinquecentesca: l’interesse per le ricostruzioni topografiche dell’aldilà dantesco.

Una storia del titolo del poema di Dante si trova nella mostra allestita per il settecentesimo anniversario dantesco “Cercar lo tuo volume” nella biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna

Ma perché la Commedia ha questo titolo. Vi proponiamo qui un estratto della lezione contenuta in Divine Comedy Remix.

Il titolo di questo poema è Commedia, non Divina Commedia. L’aggettivo “divina” fu un’aggiunta di un appassionato titolista: un veneziano di nome Lodovico Dolce. Nel 1555, mentre curava un’edizione stampata dell’opera presso la tipografia di Giovanni Giolito a Venezia, voleva garantirsi buone vendite e decise di aggiungere Divina. Un po’ come accade oggi con i trailer delle serie TV—un tocco di marketing! Inoltre, la collaborazione tra Lodovico Dolce e l’editore Giolito non era occasionale: Dolce era traduttore, curatore (come nel caso della Commedia) e scrittore per Giolito.

Dante chiamò la sua opera semplicemente Commedia, come menziona in due passi dell’Inferno:

“Non può il mio dir tutto esser diffuso, / e sì mi scusi il bel tuo paese, / ove ‘l sì suona, poiché è mia commedia!” (Inf. XVI, 127-128)

“Così di ponte in ponte, altro parlando, / che la mia comedìa cantar non cura.” (Inf. XXI, 1-2)

Anche nell’Epistola a Cangrande, in cui Dante dedica la prima parte del Paradiso al signore di Verona, Cangrande della Scala, troviamo la conferma del titolo originale:

Incipit Comoedia Dantis Alagherii Florentini natione, non moribus.
(Qui inizia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, ma non di costumi).

Un “poema sacro” con un nome umile

La scelta di questo titolo si spiega secondo i principi della retorica medievale, ereditata dalla cultura classica. L’opera si chiama Commedia perché ha un inizio triste e una conclusione felice, perché la sua lingua è volgare (ossia non latina) e il suo stile è umile e modesto.

La Commedia è un genere letterario che, per argomento, lingua e stile, si contrappone alla tragedia, il genere sublime che Dante aveva già descritto nel De vulgari eloquentia, il suo trattato sul volgare scritto in latino pochi anni prima del poema.

Questo potrebbe far pensare che Dante considerasse la sua opera appartenente a un genere “modesto”. Tuttavia, i lettori della Commedia sanno che essa è tutt’altro che modesta. Nell’Ottavo Cielo del Paradiso, la sfera delle stelle fisse, il poeta ha la visione del trionfo di Cristo e subito Beatrice lo invita a non avere più paura. Dante volge lo sguardo al cielo, pur riconoscendo che i suoi versi non saranno mai sufficienti a descrivere il Paradiso, e definisce la sua opera “poema sacro”:

“E così figurando il Paradiso, / convien che ’l sacro poema salti / come chi trova suo cammino scisso.” (Par. XXIII, 61-62)

E poco più avanti, durante il suo esame sulle tre virtù teologali, il poeta definisce ancora la sua opera in modo simile:

“S’io torni mai, lettor, a quel devoto / trionfo, a cui piange ancor l’anima mia, / e là ’l sacro poema a cui ha posto / mano e cielo e terra…” (Par. XXV, 1-2)

Dante non aveva neppure un’opinione modesta del volgare. Nel De vulgari eloquentia, esprime un giudizio completamente positivo sulla lingua volgare: una lingua popolare, comprensibile a tutti. Proprio per questo sfida gli studiosi: la lingua parlata da tutti poteva essere raffinata e resa perfetta quanto il latino.

Quando Dante scrisse l’Epistula a Cangrande, mentre terminava il suo poema, aveva già sviluppato una visione molto originale dei generi letterari. Questa nuova visione non era vincolata dalle solite regole della retorica che aveva appreso in gioventù, ma era invece autonoma e rivoluzionaria.

Uno dei commentatori più acuti, Benvenuto da Imola, osservò che la poesia di Dante era al tempo stesso tragedia, satira e commedia:

  • tragedia, perché tratta le gesta di personaggi famosi come re, papi e baroni;
  • satira, perché critica audacemente i vizi, indipendentemente dal potere o dalla posizione sociale dei colpevoli;
  • commedia, perché la trama inizia nella tristezza (Inferno), ma termina nella gioia (Paradiso).

L’analisi di Benvenuto coglie perfettamente l’essenza dell’approccio innovativo di Dante nella fusione degli stili.

Cinque poeti, più uno

Un esempio di come Dante reinterpreta le regole retoriche antiche si trova nell’Inferno, canto 4. Qui, Dante incontra Omero, Ovidio e Lucano, ossia i più grandi poeti dell’epica (il quarto è Virgilio). All’epoca di Dante, questi “favolosi quattro” erano considerati i massimi rappresentanti del genere epico. Tuttavia, tra questi poeti epici, Dante include anche Orazio, il celebre poeta satirico.

Il grande scrittore e filosofo Isidoro di Siviglia aveva già definito la satira come una “nuova commedia”, un’evoluzione rispetto alle commedie classiche di Plauto e Terenzio. Inserendo Orazio accanto ai poeti epici, Dante segnala che la “commedia” per lui è un genere nuovo, nato dall’unione di satira e tragedia.

Nel contesto medievale, la commedia aveva un significato diverso da quello classico. Lo stile “sublime” dell’antichità, ammirato e adottato dagli scrittori cristiani, si basava sul concetto di fato e sulla lotta dell’eroe contro di esso. Ma nella visione cristiana, il fato è sostituito dal Piano Divino dell’Onnipotente, e la lotta centrale è tra l’umanità e il peccato.

Ecco perché la storia della morte di Cristo, nonostante il suo argomento nobile, è considerata una “commedia”: perché si conclude con il trionfo del bene sul male, della resurrezione sulla morte. Per i cristiani, la commedia non è affatto un genere minore. Anzi, è il genere in cui il rapporto tra vita e morte, umiltà e grandezza, risplende davvero.

Per Dante, chiamare la sua opera Commedia ha perfettamente senso: è insieme sublime e umile, grande e comune. Perché entrambi gli aspetti della vita hanno un significato profondo nella storia umana: la lotta continua contro il peccato alla ricerca della salvezza.

Guida alla lettura e alla scrittura

Esercizio 1. Mappa mentale . Anzitutto la comprensione del testo. Disegnate la mappa mentale del brano tratto dal saggio Divine Comedy Remix.

Esercizio 2. Schedatura. Fate una ricerca sulla rete dei frontespizi cinquecenteschi con attenzione ai due temi che interessano i lettori di quel secolo: la metrica e la topografia dell’aldilà. Schedate tutti i frontespizi che trovate.